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Vanzetti

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 “Nacqui l’11 giugno 1888 da Giovan Battista e da Giovanna Nivello, in Villafalletto, provincia di Cuneo. Qui vissi fino all’età di tredici anni, in seno alla famiglia. Frequentai le scuole locali; amavo lo studio e ottenni il primo premio all’esame di proscioglimento, il secondo nel catechismo. Mio padre era indeciso se farmi studiare o darmi un mestiere. Si decise.
L‘anno 1901 mi portò presso il signor Comino esercente una pasticceria nella città di Cuneo. Qui lavorai una ventina di mesi; si lavorava dalle sette antimeridiane alle dieci pomeridiane ed avevo tre ore di libera uscita ogni quindici giorni”.
 Da quel momento, Tumlìn conoscerà le condizioni di lavoro subordinato, passando da Cuneo a Cavour, poi a Torino, e da Torino a Courgnè, poi ancora a Torino, sempre nel settore dolciario, fino al 1907, e verrà a contatto con le idee socialiste. Il sindacato torinese era già presente nel settore ed aveva organizzato delle vertenze per le misere condizioni di lavoro dei garzoni.
Nella lettera del 10 giugno 1903, Vanzetti scrive: “…alla sera quando finisco, dopo diciotto ore di lavoro, la mia lunga giornata, mi pare di avere i piedi nella brace tanto mi bruciano. A dire il vero sono stanco di questa vita miserabile. Io vorrei guadagnare col mio lavoro di che potermi vestire senza costarvi”.
Il padre si preoccupa; scrive al  figlio: “Intanto io ti raccomando di non far cattiva vita, averti cura di te per la salute del corpo e anche per l’anima e quando fossi stanco della vita cittadina vieni a casa”.
 Tumlìn torna a casa nel 1907; il 1° novembre gli muore la madre, alla quale era particolarmente legato; sarà il motivo fondamentale della sua scelta di emigrare, il 9 giugno 1908.
Già un milione e trecentomila italiani erano emigrati in America in quel tempo.
Il lungo peregrinare in cerca di lavoro lo porta a fare lo sguattero nelle cucine di New York, il lavoratore di fornace, nelle cave di pietra, il bracciante agricolo nel Connecticut, poi di nuovo il garzone di pasticceria a New York, l’inserviente in hotel, e poi l’operaio in una fabbrica di fili di ferro a Worcester, e ancora in campagna come bracciante agricolo. Si ferma a Plymouth, dove trova lavoro come operaio in una fabbrica di cordami, la Cordage Co. Intanto studia, frequenta per due anni una scuola d’inglese. Scrive alla sorella Luigina il 12 gennaio 1911: “Ho dovuto soffrire delle ingiurie e scherni da gente che se avessi saputo una decima parte di inglese  di quanto so l’italiano, l’avrei messa col muso nella polvere. Qui la giustizia pubblica è basata sulla forza e sulla brutalità, e guai allo straniero, e in particolare l’italiano, che voglia far valere la ragione coi mezzi energici; per lui ci sono il bastone delle guardie, le prigioni e i codici penali”.
 L’idea socialista, con la quale è partito, si radicalizza nel periodo della prima guerra mondiale (anche se già nel 1913 si era iscritto ad un circolo di studi sociali dove si ritrovavano anarchici, socialisti e sindacalisti), quando la sua scelta ideale è messa alla prova dei fatti.Vanzetti rifiuta di presentarsi alla visita di leva nel 1916 e nel 1917 per evitare le ricerche della polizia militare americana cambia nome, Bartolomeo Negrini, quindi si rifugia a Monterey, in Messico, dove incontra Nicola Sacco, sfuggito alla leva con altri emigrati italiani che non ne vogliono sapere di spararsi tra lavoratori in nome della patria.
Entrambi si ritrovano nelle idee del comunismo anarchico e collaborano al giornale Cronaca Sovversiva di Luigi Galleani. Vanzetti scrive articoli per il giornale con lo pseudonimo de il picconiere fino al 1919, anno in cui Luigi Galleani ed altri anarchici vengono espulsi dagli Stati Uniti. La sua collaborazione passa al giornale L’Adunata dei Refrattari.
Tumlìn lascia la fabbrica di cordame dopo uno sciopero che lo vede militante propugnatore dell’autorganizzazione, in posizione critica verso il sindacalismo organizzato.
Senza lavoro subordinato e coerente con le sue idee di autogestione, compra un carretto e vende pesce in proprio. È ospite di una famiglia di anarchici, i Brini, emigrati anche loro a Plymouth.
La situazione, dopo la guerra, vede  gli Stati Uniti a caccia dei rossi;  la polizia federale perquisisce sedi di partiti e organizzazioni dell’opposizione, arresta ed espelle chi considera sovversivo. Due anarchici, Roberto Elia ed Andrea Salsedo vengono portati negli uffici centrali del Ministero di Giustizia: il 2 maggio 1920 il corpo di Salsedo si sfracella al suolo dopo un salto di 14 piani, Elia viene immediatamente espulso perché non possa testimoniare sull’accaduto. Sacco e Vanzetti accettano di occuparsi della raccolta di informazioni sul caso, nessuno crede al suicidio. Per motivi di difesa tengono in tasca due pistole, anche se nessuno dei due ha mai usato armi né sa usarle, ma il livello di scontro sociale in quel momento è alto.
Tumlìn si occupa di organizzare un comizio pubblico di denuncia per il 9 maggio nella piazza di Brokton. Per questo loro impegno i due sono seguiti dalla polizia che aveva già infiltrato un certo Boda.
Il 3 maggio 1920 Sacco e Vanzetti vengono arrestati per detenzione di armi. Verranno accusati di rapine, per le quali fino a quel momento tutte le inquisitorie risultavano senza esito.
In questo periodo avvengono due cose importanti. Tumlìn, insieme con Sacco, passa il periodo carcerario tra lo studio, la corrispondenza, gli scritti, sempre più consapevole che una difesa tecnica riguardo al reato è ormai illogica; l’accusa è chiaramente ideologica, politica e per il loro anarchismo la ragione di stato trova logica la loro morte. Il Caso Sacco e Vanzetti  non fu un errore, fu l’applicazione di una logica di Stato.
Intanto, altro fatto importante, intorno a loro si sviluppa una solidarietà che unisce persone ed organizzazioni diverse, interessate a denunciare il comportamento della giustizia di stato, dai costituzionalisti liberali attenti alla conduzione del processo ad intellettuali di fama mondiale, come Thomas Mann, Roman Rolland, Albert Eistein, Upton Sinclair, Dos Passos, Henry Barbuse, Anatole France, Beltrand Russel, Madame Curie, Camillo Berberi, fino ad organizzazioni del movimento operaio a livello internazionale. Scioperi e manifestazioni in piazza sono segnalate in Russia, in Giappone, in Cina, in India, in Argentina, come a Parigi, Madrid, Londra, Berlino ed anche, seppure sotto tono, nell’Italia del regime fascista. Di certo il caso Sacco e Vanzetti non è vissuto come un affare solo degli anarchici, seppure si fosse costituito grazie ad anarchico, un semplice libraio di Boston, Aldino Felicani, un attivo Comitato di difesa che fu centro di coordinamento di tutte le iniziative sia di difesa legale che di solidarietà politica.
Il 9 aprile 1927 la corte di Assise di Dedham pronuncia la condanna a morte, dopo aver dato l’ultima parola agli imputati. Bartolomeo Vanzetti ricorda nel suo intervento la logica di questo processo: “Ho sofferto per  colpe che effettivamente ho commesso. Sto soffrendo perché sono un radicale, e in effetti sono un radicale, ho sofferto perché sono italiano, e in effetti o sono italiano”, marcando così i motivi di discriminazione che uno stato - che si diceva democratico - poneva in atto nella selezione sociale degli immigrati.
Nella notte tra il 22 e il 23 agosto del 1927 Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco vengono assassinati con la sedia elettrica.
Nel 1977, cinquant’anni dopo, il governatore del Massachusset, Michael Dukakis, che si presentava candidato alle presidenziali americane, fece pervenire alla famiglia Vanzetti una dichiarazione ufficiale nella quale riconosceva che “N.  Sacco e B. Vanzetti, immigrati italiani, lavorarono in Massachusset, apertamente ammisero di credere nella dottrina dell’anarchismo, stante che l’atmosfera del loro processo ed appello a giudizio fu permeata di pregiudizi contro stranieri e di ostilità contro tendenze politiche eterodosse…io, Michael Dukakis, governatore dello stato del Massachusset, proclamo martedì 23 agosto 1977 giorno commemorativo di Sacco e Vanzetti e dichiaro inoltre che ogni stigma ed onta venga per sempre cancellata dai nomi di Nicola Sacco e di Bartolomeo Vanzetti”.
Per alcuni fu una riabilitazione, per altri, tra cui gli anarchici, fu un’autoassoluzione dello stesso stato che 50 anni prima li aveva uccisi. Quello che vale ora è ciò che il Caso Sacco e Vanzetti ha lasciato in modo incancellabile nella memoria sociale, e che atti formali non possono oramai scalfire, ed è ciò che ispira attenzione ai temi dell’emigrazione, del mondo del lavoro, della discriminazione, del razzismo, dei diritti civili, della pena di morte, e del conflitto sociale che ne deriva.
Scrive nell’ultima lettera Bartolomeo Vanzetti: “I fratelli non si batteranno con i loro fratelli; i bimbi non saranno più privati del sole e allontanati dai campi verdeggianti; non è più lontano il giorno nel quale vi sarà un pane per ogni bocca, un letto per ogni testa, della felicità per ogni cuore”.
Ora, a ottant’anni dalla sua morte, questa frase è incisa sulla porta dell’istituto scolastico comprensivo di Villafalletto, suo paese natale.