Premessa
La riqualificazione ambientale rappresenta un passo inevitabile per consentire il recupero dell’identità urbana e degli spazi relazionali ormai compromessi, con il passare del tempo, da una moltitudine di segnali e colori discordanti, che hanno alterato gli equilibri attraverso processi di trasformazione.
Occorre recuperare quella immagine della città fatta di permanenze cultuali e ambientali che è stata talvolta falsata da soluzioni improvvisate legate a gusti e a esigenze non coerenti e non rigorose rispetto il contesto urbano.
Certamente l’attenzione deve porsi maggiormente sulla zona più antica della città, proprio perché ricca di storia e tradizione, e per mantenere quel valore di memoria in cui ogni persona può ritrovare parte di se stessa.
Le vetrine, le insegne, gli arredi dei negozi, le tende, il colore, le fontanelle, le panchine, costituiscono una forma capillare e vivace di arredo a completamento del tessuto architettonico.
Si ricorda che le decorazioni e la segnaletica commerciale ebbero il maggiore sviluppo nella seconda metà ottocento, trasmettendo un’immagine di città viva, varia e pulsante, a testimonianza della ricchezza culturale nonché commerciale della città.
La caratteristica principale di tali strutture, in particolare le vetrine, era quella di differenziarsi tra loro e mostrarsi ciascuna con elementi decorativi distintivi di forte richiamo e rappresentanza, diventando così per gli artigiani occasione favorevole per dimostrare il proprio estro professionale.
Progressivamente anche le più semplici e modeste botteghe si trasformarono e si abbellirono.
Con gli anni del dopoguerra ebbe inizio una ulteriore trasformazione dell’arredo commerciale, le vetrine monoblocco vennero sostituite, con lo scopo di aumentare la superficie espositiva, con altre in ferro o alluminio di disegno molto semplice ed elementare e, tranne poche eccezioni, con risultato estetico scadente; oltre la qualità artigianale che non presenta particolari pregi.
Le insegne, prima spente o illuminate con gentili lampade, sono diventate sempre più luminose e di forte impatto visivo.
Negli ultimi anni, questo stato di malessere ambientale, è stato più volte percepito e manifestato sia dalla collettività che dai tecnici impegnati a coordinare e pianificare i molteplici interventi localizzativi.
La maggiore sensibilità nei confronti degli aspetti storici del passato comporta l’esigenza di una maggiore prudenza e attenzione per gli interventi in ambiti o punti di riferimento per la memoria, portando a conciliare le richieste commerciali con la salvaguardia dell’immagine storica.
Le stesse disposizioni legislative emanate negli ultimi anni, vedi il Nuovo Codice della Strada, la Legge sul Commercio D.L. 114/98 e L.R. 28/99, e il Testo Unico in materia di Beni Culturali e Ambientali D.L. 490/99, contengono riferimenti puntuali in materia di tutela e di arredo.
Il Regolamento per l’Arredo Urbano si propone di analizzare i vari aspetti ed elementi che il passante percepisce e che caratterizzano l’immagine offerta dalla città.
Gli elementi cardine della strategia di ricomposizione dell’immagine analizzati sono i piani orizzontali costituiti dalle attrezzature commerciali (vetrine – vetrinette – insegne – tende – dehors) e di piani verticali costituiti dalle facciate e quindi dal colore.
Vengono individuati i criteri di intervento per il controllo di qualità dei piani terra degli edifici oggetto, per la presenza di attività commerciali di continua trasformazione a volte anche aggressiva. Nel contempo si tiene conto delle esigenze degli operatori e della società a fruire del proprio patrimonio architettonico.
Il Piano del Colore riprende quello in vigore con alcuni aggiornamenti tecnici procedurali e normativi maturati a seguito dell’applicazione avvenuta in questi anni.
NOTE SUL PASSATO
La contrada maestra, (attuale via Roma) con l’abbattimento delle mura (1800) e successivamente con l’ampliamento della città, si delinea come l’ambito urbano più significativo e sotto i suoi portici possiamo cogliere le fasi della trasformazione commerciale.
Il primo strumento di regolamentazione in un ambito generale di pianificazione è il Regolamento d’Ornato del 1835.
Questo documento prevedeva la demolizione dei cosiddetti baracconi esistenti sotto i portici tra un pilastro e l’altro e la realizzazione di bussole di ingresso alle cantine, perimetrate con una ringhiera di protezione.
Negli anni che separano il Regolamento d’Ornato del 1835 dal successivo del 1857, lo spirito di rinnovamento ottocentesco inizia lentamente a diffondersi ed i portici della contrada maestra si abbelliscono con nuove opere (superficie porticata ad un solo livello, tettoie tra un isolato e l’altro ecc.).
Solo dal 1837 compaiono i primi progetti di arredo commerciale.
Negli anni tra il 1840 e il 1870 i progetti per la realizzazione di nuovi negozi, pur rimanendo limitati a pochi esempi, rivelano un progressivo mutamento della scena porticata.
Nel Regolamento di Polizia Urbana e Rurale del 1852, vengono introdotte specifiche norme igienico funzionali: viene proibito l’esercizio di mestieri quali il fabbro - ferraio, i falegnami i bottai e l’esposizione di generi alimentari putrescibili.
In seguito, nel Regolamento d’Ornato del 1857, oltre ad istituirsi l’obbligo di una dichiarazione scritta per ogni lavoro di costruzione, restauro od anche abbellimento, all’uopo corredata da disegno, si stabiliscono le sporgenze a cui si devono tenere le cornici, le imposte delle aperture, le tende, le vetrine ed ogni espositore di merci.
In questo modo, la bottega, si trasforma in struttura monoblocco di legno (vetrina, serramento d’ingresso, zoccolo, insegna). Accanto a questo modello si presenta quello della cornice decorata.
A partire dal 1871 le richieste per la collocazione di vetrine si fanno più frequenti fino a raggiungere, tra il 1877 e il 1888 l’ondata di massimo incremento.
Tra le vetrine fino ad allora foggiate in legno, compaiono i primi monoblocco in ghisa dovuti ad una maggiore superficie vetrata ed economicamente più vantaggiosi.
Gli interventi di arredo commerciale del dopoguerra hanno generalmente un’immagine dimessa e standardizzata che hanno reso del tutto anonime alcune parti del tessuto urbanizzato. Anche nelle strutture di arredo storico si sono verificati interventi volgarizzanti e pivi di valore architettonico, in particolare nella scelta dei materiali e dei sistemi di chiusura spesso incompatibili con il disegno degli arredi. In epoca più recente si è proceduto sempre più a sensibilizzare coloro che intendevano intervenire su questi arredi per migliorarne l’aspetto architettonico e l’aspetto estetico visivo, ottenendo quasi sempre interventi più corretti e discreti; l’indirizzo dei nuovi inserimenti è verso un’immagine più semplice, che restituisca al portico un disegno leggibile della foratura, anche se non originale.
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